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Intervista esclusiva a Paolo Marchetti

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Mali, 20-03-2013, city of Mopti, here at the commercial harbor on the Niger river. Mali, 20-03-2013, city of Mopti, here at the commercial harbor on the Niger river. © Paolo Marchetti

Conobbi Paolo Marchetti grazie al Leica Award 2013 - Il suo Progetto Saudate Moon vinse il primo premio e fui così affascinato dalla profondità e dallo spessore di quei scatti che decisi di congraturarmi.

Un anno dopo, con slowmotion, ho deciso di invitare Paolo a condividere la sua esperienza con noi qui in sicilia. Lui con grande umiltà e simpatia ha accettato e il giorno 28 Marzo inizieremo un Workshop intensivo di 2 giorni  sul fotogiornalismo con uno dei più grandi maestri del genere e tra i vincitori del maggior numero di premi e riconoscimento nella storia della fotografia.

 

 

R: Perchè credi nella fotografia

P: Credo nella fotografia come in ogni altro strumento capace di innescare una reazione, un pensiero e capace poi di tradurlo in linguaggio. La creazione di documenti, in questo caso visivi, è qualcosa che non ha prezzo come tutto ciò che resta, nel tempo e nelle emozioni delle persone e questo complesso processo porta con se l’opportunità di nutrirsi di altri altri linguaggi. La fotografia è l’unica arte che necessita del “fuori da noi”, dunque ha sempre bisogno dell’elemento reale rispetto ad arti come la musica, la pittura ecc. Questo cruciale fattore ci mette ad ogni costo in relazione con il mondo ed oltre gli aspetti tecnici credo che abbia l’enorme merito di farci accorgere, di ogni cosa, anche del già noto e già visto. Nel migliore dei casi può farci incantare e personalmente mi auguro di non smettere mai di farlo perchè la fotografia ci chiede di restare ospitali e fertili alla vita.

 

R:Perche hai deciso di abbandonare la tua carriera cinematografica per scommettere in una incerta vita da reporter

P: La mia più grande incoscienza di cui ancora mi ringrazio è stata appunto abbandonare un mestiere che amavo e che mi permetteva una vita agiata, per uno, che non sapevo nemmeno come si facesse. E’ accaduto perché ho riconosciuto a me stesso che concedersi delle opportunità sia il gesto più sano e generoso che si possa fare e che scegliere è davvero il grande privilegio che la vita sa regalarci ogni giorno. Ho scelto di restare innamorato piuttosto che raccontarmi di esserlo.

 

R: La tua storia fever mi mette i brividi, come sei entrato a farne parte, che reazioni hai dovuto destreggiare e come reagivano i soggetti alle foto e alle pubblicazioni?

P: Fever mi ha sottoposto ad un percorso di cinque anni nei quali ho condiviso spalla a spalla moltissime emozioni, dure da far proprie. Sono entrato nella fiducia di queste persone dimostrando loro di voler capire prima di agire e dunque per i primi 3 mesi circa non portai neppure la mia macchina fotografica fino a che furono loro stessi a chiedermi di iniziare a scattare. Credo nello scambio e nel patto di lealtà con le persone che voglio ritrarre, chiunque essi siano e investo tutto me stesso perchè questo accada davvero, che questo scambio si consumi con pochi segnali, a volte con il solo linguaggio del corpo, altre con un costante sforzo personale nel voler comunicare i miei intenti, ma posso dire che quei tre mesi di frequentazione senza la macchina furono i più importanti dei seguenti cinque anni, perché in quel breve periodo instaurai un rispetto solido e reciproco, questa è la mia fotografia.

 

R: Con Saudade Moon hai vinto il Leica awards e pubblicato un libro - ci racconti il tuo atteggiamento nei confronti della storia ?

P: “Saudade Moon” si discosta nettamente dagli approfondimenti fotografici che ho prodotto negli ultimi anni e sebbene si tratti di una ricerca documentaristica nel meraviglioso Brasile, credo che sia un progetto che abbia il merito di aver innescato altre mie vocalità fotografiche.
E’ il Brasile stesso ad avermi concesso di liberarmi dalla committenza giornalistica, dandomi così, l’opportunità di sovvertire la mia andatura narrativa. Nasce per me e per accorciare le distanze con la paura di non saper più assecondare l’attitudine visionaria. Credo a questo punto che io abbia avuto l’esigenza di ammettere a me stesso che nel mio percorso umanistico e professionale, la disciplina del fotogiornalismo vada ammorbidita costantemente con linguaggi alternativi e capaci di suonare anche le corde più silenziose o piuttosto quelle più personali. Certamente sto parlando di una mia esigenza e ovviamente non in senso assoluto.
Avrei potuto farlo dedicandomi a tutt’altro, ma non riesco a smettere di viaggiare, geograficamente e culturalmente altrove. Di fatto ho tentato di manomettere la mia attitudine all’incanto, cercando di accorgermi di altro e quindi di premere quel tasto per altri motivi, probabilmente più intimi del solito. Dopo aver vinto il Leica, il mio progetto Saudade ha vinto anche il mio quarto PDN, Il quarto Best of Photojournalism NPPA, Il quarto POYi nella sezione Photographer of the Year, e vincitore della trentesima edizione dell'American Photography Annual Book.più l'Epson Award.

R: Per vincere un award c’è bisogno di metodo? mi ha stupito la quantità di premi e riconoscimenti nella tua carriera, cosa sono  per te gli awards  ?

P: Partecipare agli Awards è uno dei modi per veicolare i propri lavori e quindi per dargli un’ulteriore possibilità nel campo internazionale dell’editoria, inoltre ci sono i Grants che permettono ai fotografi di portare a termine i propri progetti. Prepararsi ai concorsi fotografici rappresenta soprattutto un eccellente esercizio nell’arte dell’editing a da inoltre l’opportunità di imparare quanto siano essenziali i testi che accompagnano le nostre immagini. Scrivere è una parte imprescindibile del nostro mestiere e gli Awards ne sono una grande dimostrazione. Come in tutte le cose si può imparare moltissimo e quindi il margine di miglioramento è enorme e io credo di aver approfondito moltissimo questo aspetto, ma soprattutto, ho imparato moltissimo grazie a questo.

 

R: Da cosa deriva la tua fotografia?

La mia fotografia è davvero solo una conseguenza di un pensiero quindi non rappresenta altro che l’ultimo anello di una intera catena. Deriva da processi mentali e da interessi che poi veicolo nel linguaggio visivo e questa scelta è figlia dell’immenso fascino che subisco nel singolo fotogramma, dove tutto, anche i suoni e gli odori, sono restituiti e percepibili.
Non sono interessato personalmente  alla fotografia come linguaggio riconoscibile nel “bello” ma piuttosto come gesto capace di innescare una reazione. Personalmente racconto storie con la speranza di aggiungere una domanda al dibattito e non per formulare risposte. Credo che le fotografie siano scatole colme di contenuti sui quali esercitarsi e questo processo, credo sia per noi fotografi del tutto retroattivo, dunque assolutamente vivo e contaminante. Sono certo soltanto del fatto che questa sia la sua più grande forza, quella di far accorgere gli altri perfino di se stessi.

R: Perché fare un workshop con Paolo Marchetti ?

P: Perché amo l’idea che qualcuno soltanto dopo due giorni, sia concretamente munito di molti più strumenti rispetto a prima e francamente potrebbe essere proprio questo il nome del mio workshop, “strumenti” ma sembrerebbe un corso di meccanica mentre quello a cui si riferisce è la conoscenza, il metodo sul fuori di noi e su noi stessi.
Non possiedo trucchi ma credo di sapere quali siano le corde da suonare anche per i più intimiditi dal gesto fotografico, dico questo perché personalmente sono passato e sto ancora passando per gli stati emotivi ed empatici più difficili da affrontare per poter vedere oltre la semplice descrizione visiva.

 

Sito web Paolo Marchetti : http://www.paolomarchetti.org/

 

Clicca qui per i dettagli sul workshop

 

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